Dario Argento – Master of horror - inESERGO

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24 Settembre 2018 - Cinema

Retrospettiva a tutto tondo sul cinema, le allucinazioni e gli incubi del regista cult che il mondo ci invidia

Dario Argento
Master of horror
  
Ho pensato di introdurvi al cinema argentiano raccontandovi un curioso aneddoto, corrispondente alla mia “iniziazione” anche con il genere. Correva l’anno 1988, erano da poco scoccate le 22:30 e non avevo affatto sonno. Facendo zapping, avvolto dal buio della sala, mi imbattei in Phenomena, il film di Argento che credo di aver amato maggiormente. Subii la classica folgorazione, provando vera eccitazione nel percepire la paura che inalavo a pieni polmoni, davvero una sensazione inedita per me. Da allora sono passati quasi 30 anni e la mia passione per la produzione cinematografica di Argento non s’è mai affievolita. Prima di esordire nei panni di regista nel 1970 con L’uccello dalle piume di cristallo (pellicola capostipite di una trilogia dedicata agli animali) Argento (figlio d’arte: il padre Salvatore è un noto produttore, la madre una famosa fotografa) veste i panni di critico cinematografico scrivendo per Paese Sera, celebre quotidiano romano. Successivamente redige diversi copioni che, tra il 1966 ed il 1969, si tramutano in altrettanti lungometraggi.
Tra questi come non ricordare C’era una volta il West, scritto a sei mani con Leone e Bertolucci. Il cineasta romano si dimostra subito animale da cinema, appassionandosi in special modo a quello di genere, al punto da venir osteggiato da gran parte della critica, bigotta e conservatrice. Tuttavia, i tempi sono maturi e nel 1970 avviene l’esordio dietro la macchina da presa con il già citato L’uccello dalle piume di cristallo, prima pellicola a ottenere un incasso al botteghino superiore al miliardo di vecchie lire, oltreché una critica lusinghiera. Anche i più accaniti detrattori scorgono nell’arte del regista tratti decisamente innovativi. L’opera mostra con fulgore i prodromi del suo cinema, come l’uso della fotografia (che Suspiria porterà a livelli siderali) e la soggettiva. Nessuno prima d’ora aveva adoperato tale tecnica in modo così originale. Argento amplifica all’ennesima potenza il senso dell’ineluttabile trascinando il pubblico in un vortice di terrore dal quale nessuno può ritenersi al sicuro. La macchina da presa, adoperata mirabilmente, si trasforma in un prolungamento degli arti e della mente del serial killer.
Tale tecnica finirà per influenzare John Carpenter che qualche anno dopo, col suo feticcio Halloween, la metterà a frutto meravigliosamente finendo per far immedesimare gli spettatori con Michael Mayers. Il ruolo centrale della musica, composta nella fattispecie da Morricone, crea quasi un clima di rassegnazione mistica in questo primo film argentiano. La colonna sonora, inoltre, s’identifica spesso con un personaggio o un preciso momento, soprattutto quello dell’omicidio. Sull’onda del successo di L’uccello dalle piume di cristallo, Argento gira (nell’arco di un anno) Quattro mosche di velluto grigio e Il gatto a nove code, con i quali si chiude la cosiddetta “Trilogia degli animali”. In questi due lungometraggi il regista ha modo di sviluppare ancor più i capisaldi del suo cinema, terrorizzando letteralmente il pubblico che accorre in massa in sala. Ormai il cineasta non è più una promessa ma il degno successore di Fulci e Bava, altri due autori che, nel corso degli anni, sono stati considerati di culto, specie al di fuori dei confini italici. Come sempre nei film di Dario Argento (salvo rarissime eccezioni), le mani dell'assassino coperte dai guanti neri appartengono al regista stesso.
   
Il successo
Il 1975 è l’anno della consacrazione. Nelle sale esce l’attesissimo Profondo Rosso che, inizialmente, si sarebbe dovuto chiamare La tigre dai denti a sciabola, sorta di appendice della sopraccitata trilogia degli animali. Sono passati 43 anni ma Profondo Rosso non ha perso un grammo del suo smalto. La storia la conoscete tutti, tante le sequenze memorabili. L’uccisione della medium, la classica scena dello specchio girata nella casa di Helga nella quale Mark “vede” l’assassino senza naturalmente riuscire a percepirlo. Argento si prende gioco dello spettatore con uno spettacolare bluff che nasconde la verità. La stessa verità che, beffardamente, è sotto gli occhi di tutti!  Niente è come sembra nel suo cinema e, spesso, dietro un piccolo particolare considerato inizialmente di poco conto si nasconde la chiave di volta della narrazione.
Come capita in Profondo Rosso, ma anche in Trauma ad esempio, o in Tenebre, la musica è parte integrante del film, composta in parte dai Goblin e in parte da Gaslini. Colonna sonora che definiremmo “malata” e che rimarrà scolpita per sempre nella nostra memoria. La fama di Argento varca con prepotenza i confini italici, ma è già tempo di pensare a un nuovo incubo. Un viaggio in Europa in compagnia dell’allora moglie Daria Nicolodi lo porta a interessarsi di streghe e stregoneria. È il 1977 ed è la volta dell’attesissimo Suspiria, suo primo vero horror. Tanti gli elementi che lo rendono un vero capolavoro nel suo genere. A partire dalle ambientazioni inquietanti e claustrofobiche, fino alla meravigliosa fotografia di Luciano Tovoli – si stratta di uno degli ultimi film girati in technicolor - e alla musica sempre dei Goblin. Musica nella quale fa la sua apparizione uno strumento che aveva affascinato oltremodo il regista nel corso di un altro viaggio in Grecia. Stiamo parlando del bouzouki, col quale viene suonato l’ossessivo storico tema principale strutturato in due movimenti: il primo dall’incedere lento, scandito da un inquietante carillon e da una voce roca che pronuncia parole senza significato (riusciamo a distinguere una frase che recita inequivocabilmente there are three witches sitting on the tree - le famose tre madri Suspiriorum, Tenebrarum e Lacrimarum), il secondo di carattere più aggressivo e rockeggiante. Un finale pirotecnico pone fine al primo capitolo della seconda trilogia argentiana: quella delle Tre Madri.
 
Ancora capolavori poi la fase calante
Passano tre anni e Argento continua a interessarsi di magia nera. È la volta di Inferno, film colmo di simbolismi, a tratti barocco, con continui rimandi alla stregoneria. La colonna sonora di Keith Emerson e il tema principale, Mater Tenebrarum, è dichiaratamente ispirato ai Carmina Burana di Carl Orff. Singolare la riproposizione del Va, Pensiero come portatore nefasto di sventura che sottolinea l’ineluttabile destino che attende la protagonista Sara.Nel 1982, invece, è la volta di Tenebre, thriller/horror con Anthony Franciosa come protagonista principale e, in un cameo, l’ex moglie di Silvio Berlusconi (Veronica Lario) alla quale viene amputato brutalmente un arto in una delle sequenze più disturbanti di tutto il cinema argentiano. Ancora horror con il cult Phenomena, sorta di favola nera con protagonista la giovanissima Jennifer Connelly: Argento è al culmine del suo splendore. È la volta di Opera, nel quale si mostra più sadico che mai e che gli schiuderà le porte dell’America dove girerà in seguito, finalmente con un budget adeguato, Trauma e Due occhi diabolici, quest’ultimo a quattro mani con G.Romero. Con budget più alti il cineasta è in grado di mettere a fuoco in maniera più nitida e cruenta incubi e ossessioni. La Sindrome di Stendhal (ad eccezione delle sequenze girate agli Uffizi) e il Fantasma dell’opera ci mostrano però un autore più appannato. Sta per iniziare la fase calante del regista romano, il quale si riprende in parte con Non ho sonno, thriller che recupera alcune tematiche di Profondo Rosso, e con il Cartaio, animato da una convincente Stefania Rocca. I restanti La terza madre, Giallo e Dracula 3D non sono decisamente all’altezza del suo cinema, da cui è stato recentemente escluso il progetto Sandman che avrebbe visto Iggy Pop come attore protagonista. Da oramai sei anni Argento non gira più film, eppure all’estero non si contano le retrospettive dedicate al maestro dell’horror, venerato ed osannato più che in Italia.



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