Una gravità che porta in cielo - inESERGO

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18 Settembre 2018 - Musica

Mysoginia, ultimo album della band torinese SYNDONE, fissa nuovi caposaldi nel panorama del rock italiano contemporaneo

Una gravità che porta in cielo
 
Ed è come un canto di sirena  
È negli occhi di una bimba che
Senza paura va al futuro»

È sempre difficile descrivere un paradosso. Farlo compiutamente implica desiderio di stupirsi, di lasciarsi sorprendere da qualcosa che per logica non dovrebbe essere e invece è. La nostra contemporaneità è irrorata da realtà ambigue e falsi positivi ma sottotraccia c’è chi combatte una lotta di classe 2.0, aggrappandosi pervicacemente a un modello di mondo che ancora contempla il pensiero, lo stupore, il coraggio dell’arte. Nik Comoglio e Riccardo Ruggeri – rispettivamente anima musicale e concettuale della band torinese SYNDONE – fanno parte a pieno titolo di questa nuova resistenza. Ormai di ciò occorrerebbe discutere: quanto coraggio e proattività sono necessari per nutrire l’idea che si possa ancora produrre musica di qualità? Che poi qualità è un concetto talmente variegato e sfuggente da richiedere pure la posa di qualche punto fermo, onde evitare di mettersi a discettare su questioni di lana caprina. Mysoginia ad esempio è un lavoro che chi scrive non ha alcun problema a definire autorevole: trasuda amore per l’arte, per la ricerca, per il bel suono. Ecco, se un giorno qualcuno mi appioppasse l’ingrato compito di spiegare a un giovane interlocutore convinto che la musica sia una decalcomania di jingle che traboccano fuori dallo smartphone cosa diamine sia la qualità, partirei proprio dal suono. Dal piacere estremo di ascoltare dinamiche, calore, profondità uditiva invece che piattezza. Poi gli spiegherei che la musica è un linguaggio dotato di un lessico immenso e quanta bellezza ci sia nell’attingervi, piuttosto che limitarsi a mescolare sempre le prime cinque o sei lettere dell’alfabeto. Infine, gli racconterei che tanto tempo fa il rock sapeva farsi portavoce di urgenze culturali e sociali molto alte, spesso sublimandole in qualcosa di durevole, capace perfino di risanare ferite interiori e nobilitare attimi.

La misoginia e le sue vittime
Oggi, in questo mondo autocondannatosi alla triade neoliberista del produci-consuma-crepa, così proteso in avanti da non accorgersi neppure di quante bucce di banana infestino la prospettiva dell’essere umani, la musica e la cultura in genere vengono scientemente marginalizzate perché intimamente pericolose: potrebbero perfino indurre al pensiero autonomo, alla riflessione critica.  
Mysoginia però fa esattamente questo. Non è un disco di immediata fruibilità e, come il titolo stesso suggerisce, possiede il coraggio e la forza intrinseca di abbordare una tematica tanto trasversale e astorica quanto tristemente occultata nella sua laidezza. L’odio, il disprezzo verso le donne, in questi tempi egualitari solo nella mercificazione, è soggetto quanto mai urgente: il disco lo sviluppa per il tramite di acquerelli emozionali e rimandi a figure femminili scelte con cura. C’è la storia della ventitreenne Evelyn McHale (a cui si rifà anche la copertina) piombata suicida dalla vetta dell’Empire State Building sul tetto di una limousine il 1° maggio 1947: la stampa dell’epoca, alludendo all’eleganza della posa accidentale, parlò del suicidio più bello; c’è Leonarda Cianciulli, la Saponificatrice di Correggio, il cui livore verso tre povere donne esplose in manifestazioni sadiche e ributtanti; c’è Caterina de Medici, misera innocente condannata per stregoneria, torturata e impiccata nel 1617 da un tribunale miope infettato da ubbie e superstizione; e c’è, soprattutto, il terrore del maschio di perdere il potere, la supremazia testosteronica, ma anche la viltà della donna verso le altre donne. Alla fine del processo, rovesciato dinanzi alle sorti storiche, verrà sentenziato in via definitiva che il genere femminile non ha alcun peccato né colpa. No sin appunto.

Musica come uno spettacolo teatrale
E poi, si diceva, c’è la musica. I rimandi al rock progressivo sono chiari ed evidenti, quasi a tranquillizzare l’ascoltatore, come a garantirgli una categoria mentale cui aggrapparsi tra minimoog, ospitate illustri della scena nazionale (Vittorio De Scalzi dei New Trolls, Viola Nocenzi, Gigi Venegoni) e lunghe parentesi strumentali di reminiscenza seventies. Ma al di là del vestito à la page, questo non è affare per reduci. Anzi.
Mysoginia arriva come uno schiaffo all’asfittico panorama del rock italiano, a portare finalmente freschezza. Il sestetto torinese, di altissima preparazione tecnica, si muove con agio massimo anche laddove la scrittura diviene particolarmente complessa e articolata, sorretto con magniloquenza dalla Budapest Scoring Symphonic Orchestra, formazione nota in tutto il mondo per l’incisione di colonne sonore di successo. L’intenzione rock si mescola quindi a duetti cameristici, trasvolate tonali, onnipresenza pianistica e puntate di musica colta. Soprattutto colpisce il legame indissolubile tra testo e composizione, tra l’idea concettuale alla base e la sua realizzazione su partitura, al punto che scindere le due parti è possibile ma ignominioso, si fa peccato ancor prima di peccare. È misurarsi con musica a soggetto, da ascoltare dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità per comprenderne appieno l’evolversi logico, godendo del pathos del racconto nella sua manifesta teatralità. Queste sono note che squassano, che emozionano, che smuovono dentro mentre l’ascoltatore di volta in volta vi troverà nuovi particolari, elementi non captati di primo acchito, chiavi di lettura diverse e sorprendenti. Fermatevi e regalatevi un ascolto vero, perché la musica di qualità non può essere messa in sottofondo a tutto il resto: sarete catapultati in un mondo da cui forse uscirete migliori, cogliendo ancor meglio la macroscopica differenza tra chi fa business e chi lavora a servizio dell’arte.

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