Quando il rock celebra la Pasqua - inESERGO

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01 Aprile 2018 - Musica

Cinque canzoni indimenticabili da riascoltare e tramandare ai posteri nei giorni della Risurrezione

Quando il rock celebra la Pasqua
  
La Pasqua di Risurrezione è la più importante solennità religiosa del mondo cristiano. Come ogni ricorrenza che si rispetti, anch'essa determina ricadute comportamentali che condizionano il nostro modo di interpretarne la sacralità. Anche la musica popolare si è prestata, con risultati talvolta eccelsi, a fare sue alcune delle tematiche pasquali, o semplicemente, a provare a restituirne le suggestioni con un’atmosfera, una melodia, una particolare ambientazione sonora. Così, scandagliando tra i dischi in cerca di una particolare ispirazione, chi scrive ha individuato almeno cinque brani, più o meno noti, più o meno “classici”, che con il pretesto della festività meritano di essere trafugati dai solchi per essere riportati alla memoria (e quindi al cuore).
  
Il 'Gesù rock' di Andrew Lloyd Webber
Sin troppo facile partire da Gethsemane (I Only Want to Say), gemma intramontabile contenuta all’interno dell’arcinota opera rock Jesus Christ Superstar. Che preferiate la versione originale cantata dal front-man dei Deep Purple Ian Gillian, o la versione ritenuta classica (quella del film del 1973 per intenderci), fatta propria dall’inarrivabile Ted Neeley, non fa differenza. In verità non si contano gli interpreti che si sono negli anni cimentati con questo scoglio quasi insormontabile di tecnica, potenza vocale e asperità d’interpretazione. Ci si dovrà limitare al trasporto dal climax di un Gesù solitario e mai così umano che aggirandosi nel Getsemani poco prima di essere arrestato si rivolge al Padre nel cielo mettendo a nudo tutta la paura e la disperazione per la fine che lo attende.
 
Un pop misticheggiante
Rimanere negli anni ’70 è quasi sempre doveroso. E allora bisogna avere il coraggio di riscoprire qualcosa di non altrettanto noto. Judee Sill era una folk singer americana dalla vita estremamente tormentata, morta nel 1979 per abuso di stupefacenti. Sei anni prima pubblicò il suo secondo e ultimo album Heart Food, contenente The Donor. Si ascolti oggi questa canzone che richiama tempi lontani e di spettacolare creatività, un mondo dove il pop si colorava di sfumature baroccheggianti e la psichedelia poteva centrifugare la vocalità gregoriana mescolandola ad artifizi polifonici ed orchestrali.
Kyrie Eleison è l’emblematico ritornello di un brano che più pasquale nelle intenzioni non si potrebbe, intriso di quel sincero dolore che si avverte quando Dio sembra del tutto assente e l’unica cosa che resta è implorarne la pietà.
 
All'epoca del punk
Nel 1978, in pieno clangore punk, Patti Smith e il suo gruppo pubblicarono il pluricelebrato terzo album Easter, contenente al suo interno il brano omonimo, ambientato in una domenica di pasqua di poetica disperazione.
Si tratta di una canzone di luminosità accecante e lacrime, spiritualità e redenzione, e la Smith è come una spada che trafigge, una sentenza ineluttabile: “Io sono la primavera, la terra santa. Il seme infinito della miseria. La spina, il velo, il volto della grazia. L’immagine sfrontata, il ladro di sonno. L’ambasciatore di sogni, Il principe di pace”. Il tutto trova infine pace in un mix di cornamuse e campane chiamanti a raccolta.
 
La colomba della pace
Con un piccolo balzo temporale arriviamo al 1984 e in quell’anno troviamo gli scozzesi Simple Minds dare alle stampe un album simbolo degli eighties, quello Sparkle in the Rain che si aggiudicò il doppio disco di platino nel Regno Unito oltre a sbancare le classifiche di molti altri Paesi in tutto il mondo. Al suo interno, East at Easter. A dispetto del titolo, si tratta di un’accorata richiesta di pace verso i conflitti in Libano e alle isole Falkland che insanguinavano le cronache dell’epoca. La Pasqua  di cui si parla qui va intesa come invocazione alla colomba bianca, e su una rarefatta tavolozza di sintetizzatori la voce di Jim Kerr, ispirata come non mai, si erge ieratica e inconfondibile. A distanza di più di trent’anni da quegli eventi, dal vivo è un brano che sa ancora mettere i brividi.

Una Pasqua a sei corde
La carrellata si conclude con Easter dei Marillion, e siamo quasi negli anni ‘90. I Marillion sono una band da 18 album in studio, 20 live e innumerevoli concerti e compilation, una carriera quarantennale mai del tutto entrata nelle grazie del pubblico mainstream. Alla Pasqua hanno dedicato un ritratto visionario e intriso di naturalismo come un acquerello di Constable. Ci sono fantasmi di nebbia sui campi, i colori tenui di un’ovattata alba campestre, il porto di Liverpool e i flutti del mare d’Irlanda. E soprattutto c’è la chitarra di Steve Rothery, che suggella il brano con un solo dal lirismo profondo e dalle note lunghe, tra i migliori esempi di letteratura a sei corde post floydiana che il sottoscritto ricordi.



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