Ordine vs Disordine - inESERGO

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25 Novembre 2018 - Cultura

Una libreria canadese e lo strano potere dei commessi di combatterne il caos. L’eterna lotta tra Ordine e Disordine può risolversi in pace?

Ordine versus Disordine
  
Seguo il consiglio di un amico e leggo un estratto del racconto Scrivanie vuote, presente nella raccolta Passeggeri notturni di Gianrico Carofiglio. Protagonista è la libreria MacLeod’s Books di Vancouver, Canada.
In quel luogo nel pieno centro cittadino si vendono libri usati in un horror vacui di immenso e sterminato disordine. Scaffali stracolmi, colonne di volumi sul pavimento, sul bancone, in ogni angolo. Cerco qualche foto sul web: la realtà supera l’immaginazione.
 
“L’aspetto più singolare dell’esperienza”, scrive l’autore, “consiste nell’osservazione del lavoro dei commessi”, che sembrano completamente a loro agio in quel marasma colossale. Alla richiesta del cliente, senza consultare computer o archivi, si tuffano nei meandri e tornano con il libro tra le mani.
Qual è il loro segreto? È magia? Illusionismo? Forse è La forza del disordine, ipotizza Carofiglio citando l’omonimo testo di Eric Abrahamson e David H. Freedman. Laddove ordine, pianificazione e organizzazione tendono all’ansia, il disordine genera creatività, elasticità, dinamicità. Quindi meglio farsi una passeggiata che imporsi di sistemare la propria scrivania o la propria casa? Mi sembra troppo bello, almeno per me troppo facile. Finisco di leggere il racconto poi osservo la mia scrivania e la mia stanza e provo a stringere il termine tra i denti.
ORDINE: è duro, freddo, rigido. Ha sapore di metallo. Non si scioglie.
 
È un sostantivo maschile, gerarchico, imperioso. È appunto un Ordine.
 
Metti a posto! Esegui l’ordine! C’è un ordine da evadere! Sono troppo pigro, devo farlo! Dicono il genitore, il sergente, il datore di lavoro, il cervello quando mi giudico.
Ma come reagisco di solito a un’imposizione? Ribellandomi: procrastino o aumento il disordine; oppure soccombendo: obbedisco lamentandomi o eseguo in modo automatico senza farmi domande, come un soldatino.   
 
Purtroppo in tutti questi casi mi trovo a disagio, la soddisfazione non è mai piena sia nel lascivo disordine che nel faticoso raggiungimento dell’ordine. Perché Ordine e Disordine sono in realtà giudizi, etichette: ordinato / disordinato. E dove c’è il giudizio non c’è mai pace.  
 
Quindi? Quindi cerco una soluzione a me più congeniale, cominciando a scegliere un’altra parola. Appunto… Scegliere!
SCELTA: sostantivo femminile. Suona dolce in bocca. Non pesa. È liquida. Si scioglie. Osservo ancora la mia scrivania e la mia stanza. Cosa scelgo di tenere in vista? Cosa scelgo di conservare? Di eliminare? Al netto di quelle effettivamente utili, scelgo di tenere solo le cose che “mi parlano” e di tenere bene in vista quelle che “parlano di me”. Quindi la Scelta presuppone che io sappia ascoltarmi. Che sia sincero.
Lo so fare? Sto imparando in questi ultimi anni, dopo l’esperienza di un mese in cammino con il peso dello zaino sulle spalle. Al ritorno ho cominciato a capire quanto in passato paura e insicurezza, delegando le mie scelte a terzi, mi abbiano saturato di cose altrui. Di regali muti. Di vecchi sogni non miei.
 
Osservo la mia scrivania e la mia stanza ancora in cerca d’identità, ricordo la preparazione dello zaino prima del Cammino, e mi rendo conto di quanto sia molto più facile soccombere al dovere, a uno schema preordinato, senza farsi domande scomode. Oppure fuggire, rimandare a data da destinarsi, piuttosto che scegliere e sentirsi finalmente leggeri.
E i librai della MacLeod’s Books? Hanno fatto la loro scelta.
E non si perdono.

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