L’eterno ritorno dell’uguale - inESERGO

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22 Agosto 2018 - Cultura

Il crollo del Ponte Morandi a Genova simboleggia il fallimento di un macrosistema basato unicamente sul profitto

L’eterno ritorno dell’uguale
  
Sta lì, sospeso, come un orizzonte interrotto, come una linea trasversale trapassata da un uragano. Dallo scorso 14 agosto, l’avveniristico ponte intestato all’architetto Riccardo Morandi che lo progettò, eretto nel 1967 e divenuto nel tempo un simbolo della città di Genova oltre che vitale via di comunicazione e snodo automobilistico, non c’è più. O peggio, c’è ancora: ne rimangono le estremità pendenti, scricchiolanti, al di sopra di una città ferita e colpita nel profondo, dilaniata nell’anima. Quanto successo rappresenta senza dubbio la più grande tragedia accaduta al capoluogo ligure dal 1942, anno in cui gli annali registrarono la carneficina della Galleria delle Grazie. È vero, nel mezzo ci furono altri eventi luttuosi, ma il crollo del ponte Morandi, al di là dello sciagurato sacrificio di 43 vittime innocenti che hanno avuto la sola colpa di attraversare nel momento sbagliato una strada a pedaggio, possiede una valenza simbolica madornale: con esso Genova viene riportata di colpo al 1967, fratturata in due lembi quasi non comunicanti, in un clima di psicosi e angoscia postbellica. Meglio però sgomberare subito il campo da equivoci: quanto accaduto non sarebbe mai dovuto accadere. In nessun modo. Non si è trattato di una disgrazia e nemmeno di una fatalità. Ci troviamo di fronte a un vero e proprio Vajont autostradale, un segreto di Pulcinella noto sia ai tecnici che ai comuni cittadini. Il viadotto non solo fu concepito per supportare una mole di fatica, e quindi di traffico, infinitamente inferiore a quella attuale, ma già nel 2016 una voce autorevole, il professore e ingegnere Antonio Brencich dell’Università di Ingegneria di Genova, evidenziava come una struttura del genere, che ad appena trent’anni dalla costruzione mostrava necessità di imponenti lavori di manutenzione agli elementi strutturali a causa di errati calcoli sulla corrosione del cemento armato precompresso, rappresentasse evidentemente un fallimento e non un successo per la moderna ingegneria civile. La Procura di Genova ha aperto nel frattempo un’indagine per disastro, omicidio pubblico colposo e attentato alla sicurezza dei trasporti: per la legge insomma il Fato o la Natura matrigna con questa sciagura non c’entrano in alcun modo.

Criminali e prezzolati, pizzicagnoli di vite umane
Le drammatiche riprese in diretta del crollo del ponte, tanto casuali quanto angoscianti, simboleggiano in realtà il cedimento simbolico di tutto il sistema neoliberista
nel quale da decenni ci troviamo immersi, una mistificazione prima di tutto concettuale e poi anche economica, che nel tempo ha provocato macelleria sociale, depauperamento delle risorse dei singoli stati e misconosciuto il valore dell’essere umano. Il disinteresse verso la cosa pubblica, la noncuranza e un approccio particolaristico e fortemente egoista del singolo cittadino è lo zeitgeist che ha permesso a una genia di incapaci e putridi individui di agire in tutta tranquillità sulla pelle della popolazione, con l’interesse esclusivo di centuplicare i profitti e derubricare i costi. Un mercimonio inaudito. Anche la gestione delle autostrade italiane non fugge a questo scempio: se nel 1970 l’Italia era il paese con la maggiore dotazione autostradale d’Europa, oggi è quello più congestionato, con una rete vetusta e i pedaggi aumentati di quasi il doppio della percentuale d’inflazione. Nel 1999 lo Stato cedette le proprie autostrade ai privati allo scopo di ridurre il debito pubblico (l’adozione dell’euro era imminente), e dal 2002 il tutto è in mano ad Autostrade per l’Italia S.p.A., società per azioni del gruppo Atlantia che ha nei Benetton i suoi principali finanziatori. Il resto è storia: mentre l’aumento dell’automazione riduceva i costi di gestione, gli investimenti complessivi si sono progressivamente assottigliati e intanto il traffico è cresciuto di anno in anno. Privatizzare i profitti e socializzare le perdite è un mantra che ha in sé i semi dell’abominio.
 
Un futuro da ripensare interamente
Oggi, 22 agosto 2018, Genova è una città la cui viabilità è stata traslata indietro di cinquant’anni, divisa in due come da un muro della discordia tanto invisibile quanto fluttuante sui volti delle persone, negli
sguardi cupi di chi rischia di  perdere il posto di lavoro, deve ripensare completamente la propria quotidianità, ha bisogno di assistenze medico-sanitarie quantomai celeri e adeguate.  
Genova è il primo porto d’Italia, in cui lavorano dodicimila persone, che ora guardano al futuro con vivido terrore; è una città che teme lo sciacallaggio dell’aumento delle tariffe legato alle difficoltà del consegnare derrate alimentari e generi di prima necessità, carburanti e medicinali, in un paese in cui più dell’80% delle merci viaggia su gomma. Ma i genovesi sono gente coriacea: insigniti della medaglia d’oro al valore militare durante la Resistenza, hanno superato le alluvioni e i loro ottantotto morti, i terribili anni di piombo, depressioni economiche e occupazionali da far tremare i polsi. Oggi i genuenses si stringono intorno all’operato dei Vigili del Fuoco, della Polizia, delle Unità Cinofile, dei sanitari, dei volontari, di tutti gli angeli che hanno prestato e prestano il loro cuore e l’immane fatica, per garantire degna sepoltura ai poveri cadaveri straziati, per salvare una città caduta allo sprofondo sotto il peso di tonnellate di cemento. Tutti nuovamente proiettati nel reale, forse finalmente fuori dalla bambagia virtuale in cui cervelli e coscienze si fanno poltiglia, i genovesi sono pronti a soffrire e ripartire, con la forza della disperazione e il coraggio di chi una volta arrivato ad annusare il baratro percepisce maturo il tempo della rinascita.      

video tratto da: www.ilsecoloxix.it
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