Il portiere alle soglie della notte - inESERGO

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15 Luglio 2018 - Musica

Viaggio monografico tra i solchi di una delle più crepuscolari e fiabesche ballad degli anni ‘80

Il portiere alle soglie della notte
 
“Attenderò un segno
E se mai valicassi la tua mente ancora
Siederei nella mia stanza ad attendere l'inizio della notte
E trattenendo il respiro
Affronteremo un'altra volta la tempesta insieme”

È notte. Ma non ci sono paillettes e mondanità, né suggestioni luccicanti. L'oscurità qui si fa largo a colpi di valzer, tratteggiata da un sentore profondo di solitudine e poesia. Nightporter è uno di quei brani che a quasi quarant'anni di distanza dalla pubblicazione esercitano intatto il loro fascino chiaroscurale: un capolavoro di equilibrio e delicatezza che riesce poche volte nella vita anche se ti chiami David Sylvian e fai parte dei Japan, band tra le migliori della new wave britannica.
Era il 1980 e qualcosa stava davvero cambiando nella cultura musicale dell'epoca. Il punk aveva spazzato via tutto (o quasi) lasciando dietro sé cumuli di macerie ma anche aperto la strada a espressività differenti, più dirette ed essenziali e non per questo prive di valore. A riascoltare oggi Gentlemen Take Polaroids, quarto titolo della produzione discografica del quintetto londinese, si percepisce ancora la sensazione di affacciarsi su qualcosa di unico e irripetibile in quella forma, un viaggio ispirato e lucido verso mistiche orientali, ma pregno di pop nobile, sfrondato e rigoroso. "Nightporter", che di quel disco era il penultimo capitolo, è una storia a sé stante.
Una storia da ascoltare ad occhi chiusi per cogliere la sacrale malinconia dell'amore che racconta, notturno e sotterraneo, impossibilitato a manifestarsi alla luce, eppure vitale, sincero, travolgente.
Il portiere di notte narrato dalla penna sapiente di Sylvian è figura insieme torbida e contraddittoria, come un'ombra senza traccia, colto tra il recesso e l'attesa del
piacere. Impossibile non identificarsi nel suo stesso sentire mentre la musica si dipana su un ¾ morbido e sognante. Le Gymnopédies di Erik Satie sono proprio lì, dietro l'angolo, con la reiterata alternanza armonica a tempo di valzer tra LA e MI minore che rappresenta l'idea cardine su cui il pezzo esordisce e ritorna, influenzato in maniera neppure troppo velata dallo stesso sistema duale adottato dal compositore francese. Di per sé la trovata è semplice e non particolarmente geniale, ma s'innesta su un lirismo che è congeniale ai brividi: pochi secondi di cantato e l'ascoltatore si ritrova catapultato in una fiaba senza tempo. La voce di Sylvian si piega morbida e sussurrante sulle poche pesate note di Richard Barbieri al pianoforte, con modalità espressive del tutto insolite e la gentilezza di uno chansonnier navigato. A enfatizzare ulteriormente la magia di una tra le migliori ballad che gli anni 80 abbiano saputo sfornare sono le inserzioni di violoncello suonato con l'archetto e l'oboe del poliedrico bassista Mick Karn, che si incastra perfettamente alla linea vocale fraseggiando una sequenza di note che potrebbe quasi vivere di vita propria.
È proprio questo affondo nelle soluzioni cameristiche che stupisce, il rimandare
a una scrittura decisamente colta e sofisticata che il movimento punk avrebbe voluto spazzare via dal mondo del pop. Un mondo che all'epoca stava imbattendosi nei propositi nuovamente romantici di Talk Talk, Ultravox e Cocteau Twins per citare alcune delle formazioni migliori. Il finale di Nightporter affidato ai sintetizzatori di Barbieri, che sembrano scaturire dallo stesso pianoforte per poi fagocitarlo in un turbine di suoni spaziali ed evocativi, è la porta spalancata su un futuro luminoso, una breccia nella notte ad accogliere la luce di un giorno mai così ispirato.

“Sono qui, solitario, ancora
Placida cittadina dove la vita si piega
Sono qui, ad aggirarmi
I portieri di notte vanno, scivolano via”
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