Carter l'uragano, di fiamme e salvezza - inESERGO

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29 Marzo 2018 - Storie

L’incredibile storia di riscatto del pugile Rubin Carter

Carter l'uragano, di fiamme e salvezza
  
Ora quei criminali in giacca e cravatta
sono liberi di bere Martini e guardare l’alba,
mentre Rubin siede come Buddha in una cella di tre metri,
un innocente in un inferno vivente
Questa è la storia di Hurricane,
ma non sarà finita finché non riscatteranno il suo nome
e gli ridaranno indietro gli anni che ha perduto.
Lo misero in galera, ma un tempo sarebbe potuto diventare
campione del mondo
” ***
 
Lesra Martin è un ragazzo di colore nato sotto una cattiva stella. Secondo di otto fratelli, nasce nel 1963 da una famiglia unita ma povera, i genitori affetti da problemi di alcoolismo; a 11 anni, sdentato e malnutrito, già lavora in un bar come garzone: le mance raccattate sono merce di scambio da cui ricavare riso e fagioli extra per i fratelli. La vita? una lotta implacabile, in costante equilibrio tra speranza e disperazione. Nel luglio del 1979 la sorte decreta indulgenza: un gruppo di canadesi conosciuti durante un lavoro estivo a Brooklyn intravedono nel ragazzo grandi potenzialità e intelligenza. Lesra lascia New York, e i malfamati angoli di Bushwick, per seguire in Canada questi estranei che gli promettono di occuparsi della sua educazione.

Una scelta per nulla facile e il motivo è comprensibile: anche la miseria ha un che di familiare se commisurata all’ignoto. Arrivato a Toronto a 16 anni Lesra scopre di essere un analfabeta funzionale: avrà bisogno di anni, dell’amorevole pazienza dei canadesi, ma riuscirà a trascendere i propri limiti, a curare un poco alla volta le devastanti cicatrici psicologiche inflitte dal ghetto. Malgrado i libri lo terrorizzino, le parole contrassegnino carenze, Lesra rintraccia la forza interiore leggendo “The Sixteenth Round”, il libro scritto in carcere dal pugile dei pesi medi Rubin Carter, condannato all’ergastolo per triplice omicidio.
 
Rubin avrebbe potuto far fuori un uomo con un pugno solo
ma non gli era mai piaciuto parlarne troppo
È il mio lavoro - diceva - e lo faccio per soldi
Quando sarà finito me ne andrò veloce per la mia strada,
in qualche paradiso della natura,
dove nuotano branchi di trote e l’aria è limpida
e si può andare a cavallo lungo un sentiero
Ma poi lo hanno messo in prigione,
vogliono trasformare un uomo in topo

Rubin Carter è un pugile, uno dei pesi medi più promettenti degli anni ‘60. Lo chiamano ‘Hurricane’, uragano, per la forza dirompente dei pugni che gli valgono molte vittorie per k.o. Nato nel 1937, cresciuto a Paterson, nel New Jersey, quando nel 1961 inizia la carriera professionistica ha già passato sette anni in carcere per via di una serie di crimini, tra cui la fuga dal riformatorio, aggressioni e una rapina.
Dopo aver brutalmente sconfitto il già campione del mondo Emile Griffith nel 1963, l’anno successivo combatte contro il detentore del titolo Joey Giardello, perdendo ai punti dopo 15 massacranti riprese. Scatta qualcosa nella testa e dall’anno successivo Carter inanella una sconfitta dopo l’altra. Ma è ancora nulla: la vita ha in serbo qualcosa di peggio. Il 17 giugno del 1966 due uomini di colore, armati, entrano in piena notte al “Lafayette Bar and Grill” di Paterson facendo fuoco, lividamente e senza pietà, uccidendo sul colpo il barista e un avventore. Una donna, la terza vittima, agonizza per quasi un mese e un quarto uomo sopravvive ma per le ferite inferte perde la vista da un occhio. Tutte le vittime sono bianche. Benché nessuno dei testimoni lo identifichi come uno degli assassini, neppure il sopravvissuto, e nonostante un movente pressoché inesistente, Carter viene incriminato sette mesi dopo per la testimonianza di due noti balordi, Alfred Bello e il compagno di sciagura Arthur Bradley. È sin troppo evidente l’opera di manipolazione di una giustizia compiacente e vessatoria, mossa da forti pregiudizi razziali e condizionata dall’avversione per il diverso: ci vuole un capro espiatorio, e il colpevole è Carter, cui vengono comminati tre ergastoli.
Il caso suscita profonda indignazione: l’ormai ex pugile raccoglie la solidarietà dell’opinione pubblica, personalità di spicco come Bob Dylan e Muhammad Ali escono allo scoperto prendendone manifestamente le difese. Schiacciato tra l’incudine dell’ingiustizia e il martello della speranza, braccato dalla disperazione, Hurricane in carcere prova a farsi forza, non perde il coraggio di combattere, impara a far virilità della rinuncia e dell’interiorità roccaforte inespugnabile. Scrive “The Sixteenth Round” (la sedicesima ripresa) in cui racconta la sua versione dei fatti, suscitando enorme scalpore. Intanto a seguito della ritrattazione delle testimonianze di Bello e Bradley, la Corte Suprema del New Jersey concede nel 1976 a Carter un nuovo processo, che si conclude però come il primo, con i due malfattori e principali testimoni pronti a rettificare ancora le proprie deposizioni, ad uso e consumo del miglior offerente.

Tutte le carte erano segnate dall’inizio
il processo fu un circo di maiali, Rubin non ebbe una sola possibilità
il giudice fece apparire ogni testimone a favore come un ubriacone dei bassifondi
Per la gente bianca che osservava era un vagabondo rivoluzionario
per gli uomini di colore solo un negro pazzo
Nessuno dubitò che fosse stato lui a premere il grilletto
e sebbene non si poté produrre l’arma del delitto
il Pubblico Ministero decretò: fu lui a compiere l’omicidio
e la giuria composta esclusivamente da bianchi si trovò d’accordo

Nel 1980 Lesra scrive a Carter. Vuole ringraziarlo per le parole scoperte nel libro, forse le prime a infondergli forza invece che disagio. Carter inaspettatamente risponde. È l’incipit di un intimo riscatto, una profonda amicizia. Lesra va a trovarlo nel carcere di Trenton, poco dopo coinvolge anche i tre canadesi della comune in cui vive. Si apre uno squarcio tra le tenebre, la chimera di un’umanità ormai solo agognata. Il gruppo si trasferisce nel New Jersey e per ben cinque anni lavora sodo a supporto degli avvocati di Carter. Accade l’incredibile: viene accolto l’appello alla Corte Federale, l’ultima e rischiosa carta da giocare, e nel 1985 il giudice Haddon Lee Sarokin dà ragione a Carter, reo solamente di aver subito processi e sentenze inique, sulla base di motivazioni razziali. Nel novembre di quell’anno viene liberato, a 48 anni, dopo quasi venti di detenzione. Tre anni dopo tutti i capi di accusa vengono archiviati per sempre.

Nel frattempo, da un’altra parte della città
lo sfidante numero uno per il titolo dei pesi medi Rubin Carter
gironzola insieme ad un paio di amici,
senza alcuna idea del casino che sta per succedere
quando un poliziotto lo fa accostare,
proprio come la volta prima e quella prima ancora
A Paterson così vanno le cose,
se sei un negro è meglio che non ti faccia vedere per la strada
o sei fottuto

Rubin Carter si trasferì a Toronto poco dopo la liberazione. Sposò Lisa Peters della comune canadese: la coppia si separò negli anni successivi.
Nel 1993 ricevette dal World Boxing Council la cintura di campione del mondo, caso unico nella storia della boxe. Per dodici anni fu il direttore di un’associazione a difesa dei condannati per errore, ricevendo anche la laurea honoris causa in legge. Nel 1999 la Universal Pictures distribuì il film “The Hurricane” con Denzel Washington nella parte di Carter. Morì di cancro nel 2014.
Lesra Martin è oggi un avvocato canadese e un noto motivatore.
I colpevoli del massacro del Lafayette Bar rimangono ancora adesso sconosciuti.

Ecco la storia di Hurricane,
l’uomo che le autorità incolparono
per qualcosa che non ebbe mai fatto
Lo misero in prigione,
ma un tempo sarebbe potuto diventare campione del mondo

*** le parti tra virgolette sono tratte dal testo del brano 'Hurricane' di Bob Dylan del 1976

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