Birkin Tree, un viaggio lungo una vita - inESERGO

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02 Gennaio 2019 - Musica

La più importante band italiana di musica irlandese sta lavorando a un nuovo disco e ogni suo concerto è un’occasione per sognare

Birkin Tree, un viaggio lungo una vita  
  
With me fol the dol do,
fol the dol do with me
Fol the dol do with me, fol the dol day

Irlanda, verde abbacinante e cielo, mare screziato, antiche leggende e vento. E musica. Musica per danzare, viaggiare con la mente, cospargersi di un’energia benefica. Perché questo è il senso del connubio tra note e cultura irlandese: un legame forte, indissolubile, difeso a spada tratta dalle mode e dagli influssi provenienti da altri paesi (anche geograficamente vicini). Si potrebbe dire sia quasi una questione di fede, uno stile di vita. Chi pratica questo genere musicale lo fa immergendosi spiritualmente in quell’ambiente, oppure tramandandolo di padre in figlio. Non c’è trucco e non c’è inganno: solo amore e dedizione alla causa. Sono proprio queste le caratteristiche distintive dei Birkin Tree, fuor di discussione la più importante formazione italiana dedita alla irish music. Trentasei anni di carriera e quattro dischi pubblicati dal 1996 a oggi (Continental Reel, A Cheap Present, 3(Three), Virginia) sempre ottimamente accolti da pubblico e critica, un quinto alle porte previsto per Maggio 2019, e soprattutto una perizia musicale incontestabile. Oltre duemila concerti tra Italia ed Europa, abbracciati come autoctoni dall’Irlanda artisticamente natia, i Birkin Tree sono, più che una band nel senso classico del termine, un’idea progettuale di Fabio Rinaudo, vero e proprio maitre a penser di una proposta musicale tanto coraggiosa quanto (almeno inizialmente) insolita per il nostro paese. Dalla posizione seduta, alle prese con i mantici delle sue uillean pipes (la tipica cornamusa irlandese), Fabio ha guidato negli anni l'apporto di numerosi valenti musicisti, intessendo importanti e durature collaborazioni financo con alcuni mostri sacri della musica tradizionale irlandese come Liam O’Flynn e Martin Hayes, Dennis Cahill, Niamh Parsons, Mick O'Brien, Aoife Ni Bhriain, Cyril O'Donoghue e Caitlin Nic Gabhann. Il tutto in un florilegio di sonorità inequivocabili: ci sono i flauti traversi irlandesi e i tin whistle, l’iconica arpa celtica, il bodhran, il violino (o per meglio dire il fiddle), l’organetto e la concertina, il bouzouki irlandese.

La cultura musicale irlandese ha due anime, si diceva. Una solare, giocosa, buona per la danza e i momenti di bisboccia, e un’altra più riflessiva, sognante, colma di pathos. Non è possibile comprenderla senza percepire questa dialettica intrinseca, sorta di yin e yang vitale prima ancora che concettuale. I Birkin Tree questa diarchia la fanno propria sin dal principio, la attraversano con naturalezza quasi fosse il loro stesso linguaggio per poi cominciare a contaminarla e darle nuove vesti, favorendo l’incontro di mondi distanti solo sulla carta. Se i primi due album paiono un devoto (ed eccelso) tributo al repertorio irlandese per il tramite sia di brani propri che di composizioni pescate a piene mani dalla grande tradizione orale dell’isola verde, a partire dal terzo lavoro 3(Three) gli orizzonti si schiudono e idee musicali nuove guarniranno la proposta iniziale. Se proprio si dovesse parlare di un singolo episodio, di un momento specifico, il cuore di chi scrive andrebbe verso il trittico posto in conclusione del già citato 3(Three): A Sad Night/Morning Dew/Gorman's [QUI per ascoltare]. Si tratta di undici minuti di poesia cristallina, durante i quali il sax dipinge inizialmente arabeschi malinconici per poi duettare con le uillean pipes e concludere in una reel travolgente, non prima di avere sedotto l’ascoltatore con armonie tenuamente jazzistiche. Un viaggio naturale, apparentemente spontaneo e lineare ma frutto evidentemente di una non comune abilità di miscelare note mantenendo sempre viva una prospettiva di ampio respiro.  

Oggi i Birkin Tree si esibiscono con una formazione consolidatasi attorno a tre pilastri sempre presenti accanto all’imprescindibile Fabio Rinaudo: Laura Torterolo alla voce (il cui timbro e limpidezza ricordano la Annie Haslam dei Renaissance), l’eccelso Michel Balatti ai flauti e Claudio de Angeli, motore ritmico alla chitarra acustica. Si alternano inoltre sul palco, completando l'organico, altre voci sonore come il violino e l'organetto e l'arpa irlandesi. Lo spettacolo proposto è una trasvolata indimenticabile in un repertorio musicale che non conosce mode né oblio, una selezione di reels, gighe, ballads toccanti e momenti di solare trasporto. Nell’attesa del nuovo lavoro previsto tra qualche mese, ascoltarli dal vivo è un’esperienza irrinunciabile per chi voglia portarsi a casa, nel cuore, un pezzo di Irlanda da sognare.

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